Esodo 3 – Mosè e il Pruno Ardente
A. Dio chiama Mosè da un roveto ardente.
1. (1-3) Mosè e il pruno ardente sul Monte Horeb.
Or Mosè pascolava il gregge di Jethro suo suocero, sacerdote di Madian; egli portò il gregge oltre il deserto e giunse alla montagna di DIO, all’Horeb. E l’Angelo dell’Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, di mezzo a un roveto. Mosè guardò ed ecco il roveto bruciava col fuoco, ma il roveto non si consumava. Allora Mosè disse: «Ora mi sposterò per vedere questo grandioso spettacolo: perché mai il roveto non si consuma!».
a. Mosè pascolava il gregge di Jethro suo suocero: Per quarant’anni Mosè aveva vissuto come un pastore qualunque nel deserto di Madian. La sua vita aveva raggiunto un punto di tale umiltà che il gregge di cui si prendeva cura non era nemmeno il suo, ma apparteneva a suo suocero.
i. Pascolava il gregge: “L’ebraico lascia intendere che questa era la sua occupazione abituale.” (Cole)
b. Oltre il deserto e giunse alla montagna di DIO, all’Horeb: Mosè portò le pecore su questa montagna, chiamata in seguito anche Monte Sinai. Horeb significa probabilmente “deserto” o “desolazione”, descrivendo il tipo di terreno.
c. Il roveto bruciava col fuoco, ma il roveto non si consumava: Mosè non trovò strana la vista di un pruno ardente; a quanto pare, non era raro che piante di quel tipo prendessero fuoco spontaneamente nel deserto. Nonostante ciò, il roveto presentava due caratteristiche particolari:
· L’Angelo dell’Eterno gli apparve […] di mezzo al roveto.
· Nonostante il pruno bruciasse, non si consumava.
i. “Sebbene il cespuglio ardesse, non crepitava né diminuiva, le sue foglie non si arricciavano e i suoi rami non si carbonizzavano. Bruciava, ma non si consumava.” (Meyer)
ii. Il roveto che bruciava ma non si consumava era uno spettacolo magnetico per Mosè, il quale si avvicinò per un’esaminazione più accurata. Alcuni pensano che il roveto ardente simboleggi Israele, o più in generale il popolo di Dio: afflitto ma non distrutto, perché Dio è in mezzo a loro.
iii. Ma possiamo anche dire che il roveto ardente era un’immagine della croce. La parola ebraica usata per descrivere il pruno deriva dal termine “conficcare o pungere”, indicando un rovo o un cespuglio di spine. Possiamo pensare alla croce, dove Gesù, coronato di spine, sopportò il fuoco del giudizio e non ne fu consumato, e ricordarci di essa quando riflettiamo sul roveto ardente.
iv. Ora mi sposterò per vedere questo grandioso spettacolo: Qualsiasi cosa vide Mosè, non era normale. “Spiegare ciò che è accaduto qui come un miraggio temporaneo della luce solare riflessa su alcune foglie rosse o un falò di qualche beduino o addirittura il fenomeno del fuoco di Sant’Elmo significa sostituire la nostra esperienza ai quarant’anni di permanenza di Mosè in quell’area e alla sua valutazione, secondo la quale lo considerava effettivamente un fenomeno insolito.” (Kaiser)
v. Clarke commenta su “Angelo dell’Eterno”: “Non è certo un angelo creato, perché è chiamato Jehovah, Esodo 3:4, e gli vengono riconosciuti gli attributi più espressivi della Divinità… Ma è un angelo, malach, un messaggero, nel quale c’era il nome di Dio… E chi è costui se non Gesù, la Guida, il Redentore e il Salvatore di tutta l’umanità?”.
2. (4-6) Dio chiama Mosè dal roveto ardente.
Or l’Eterno vide che egli si era spostato per vedere, e DIO lo chiamò di mezzo al roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non avvicinarti qui; togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo». Poi aggiunse: «Io sono il DIO di tuo padre, il DIO di Abrahamo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe». E Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare DIO.
a. L’Eterno vide che egli si era spostato per vedere: Dio non parlò a Mosè finché non ebbe la sua attenzione. Spesso la Parola di Dio non tocca il nostro cuore come dovrebbe, perché non le diamo la giusta attenzione.
i. Il pruno ardente era un fenomeno spettacolare che aveva catturato l’attenzione di Mosè; tuttavia, nulla cambiò finché Mosè non ricevette la Parola di Dio che gli fu rivolta lì.
b. DIO lo chiamò di mezzo al roveto: Mosè non vide nessuno nel roveto ardente; eppure, Dio, attraverso la presenza dell’Angelo dell’Eterno (Esodo 3:2), era lì e chiamava Mosè dal mezzo del pruno.
i. Senza dubbio, si tratta di un’altra occasione nell’Antico Testamento in cui Gesù apparve prima della Sua incarnazione come Angelo del Signore, come fece molte altre volte (Genesi 16:7-13, Giudici 2:1-5, Giudici 6:11-24, Giudici 13:3-22).
ii. Affermiamo che questo è Dio, nella Persona di Gesù Cristo, perché di Dio Padre è scritto: Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere (Giovanni 1:18); nessun uomo ha mai visto Dio nella Persona del Padre (1 Timoteo 6:16).
c. Mosè, Mosè: Dio, nelle prime parole rivolte a Mosè, lo chiamò per nome, a dimostrazione del fatto che, anche se Mosè era ormai un pastore sconosciuto e dimenticato ai margini del deserto, Dio sapeva chi era e lo considerava importante.
i. Chiamarlo due volte (Mosè, Mosè!) indicava importanza e urgenza, come quando Dio chiamò Abrahamo, Abrahamo! (Genesi 22:11), Samuele, Samuele! (1 Samuele 3:10), Simone, Simone (Luca 22:31), Marta, Marta (Luca 10:41) e Saulo, Saulo (Atti 9:4).
d. Dio disse: Dio disse a Mosè di fare due cose per onorare in modo speciale quel luogo in cui si era manifestata la presenza di Dio.
· Disse a Mosè di tenersi a distanza (non avvicinarti qui).
· Ordinò a Mosè di mostrare riverenza per la presenza di Dio (togliti i sandali dai piedi).
i. Non avvicinarti significa letteralmente “Smetti di avvicinarti”. Mosè stava per esaminare da vicino il roveto ardente quando Dio lo fermò.
ii. Questo era un luogo santo, e poiché Dio è santo, ci sarà sempre distanza tra Dio e l’uomo. Per quanto si possa avere una comunione più stretta con Dio, l’uomo non Lo eguaglierà mai in perfezione.
iii. Togliti i sandali dai piedi: Togliersi i sandali era una giusta dimostrazione di umiltà, perché i più poveri e bisognosi non avevano scarpe e i servi camminavano di solito a piedi nudi. Oltre questo, era un modo per riconoscere la presenza manifesta di Dio. In molte culture, ci si toglie le scarpe quando si entra in casa di qualcuno, e ora Mosè si trovava nella “casa” di Dio, un luogo della Sua immediata presenza.
iv. “Poiché la suola, viaggiando, sporcava il piede con polvere, ghiaia e sabbia, dando molto fastidio, si usava lavare spesso i piedi nei Paesi in cui si indossavano sandali di questo tipo. Togliersi le scarpe era quindi l’emblema dell’abbandono delle impurità contratte camminando sulla via del peccato.” (Clarke)
e. Il DIO di Abrahamo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe: Dio si rivelò a Mosè proclamando la Sua relazione con i patriarchi, per ricordargli che Dio è il Dio del patto e che la Sua alleanza con Israele era ancora valida e importante. Non si trattava di un “nuovo Dio” che incontrava Mosè, ma dello stesso Dio che si era rivelato ad Abrahamo, Isacco e Giacobbe.
i. Dio si sarebbe rivelato a Mosè più intimamente di quanto non avesse fatto con i patriarchi; eppure, tutto iniziò con Dio che ricordava a Mosè del patto che aveva stretto con loro.
ii. Alcuni, ai tempi di Mosè, avrebbero potuto pensare che Dio avesse trascurato o dimenticato la Sua alleanza nei 400 anni di schiavitù di Israele in Egitto, a partire dal tempo dei patriarchi. Tuttavia, Dio continuò a operare in quegli anni, preservando e moltiplicando la nazione.
f. Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare DIO: Dio ordinò a Mosè di fare ciò che si addice a una creatura davanti al proprio Creatore: riverire e riconoscere la Sua santità. Mosè rispose come un uomo che sapeva di essere non solo una creatura, ma soprattutto una creatura peccatrice: si nascose la faccia.
i. Negli anni trascorsi nel deserto di Madian, Mosè si sarà ricordato spesso di aver ucciso l’egiziano e di aver pensato con superbia di poter liberare Israele con le proprie forze. Gli saranno tornati in mente migliaia di peccati, sia reali che immaginari; ora però, quando Dio gli appare, risponde in un modo in cui non avrebbe mai risposto quarant’anni prima.
B. Incarico di Dio a Mosè.
1. (7-10) Dio illustra a Mosè il Suo piano generale e il ruolo che lui avrà in esso.
Poi l’Eterno disse: «Ho certamente visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il suo grido a motivo dei suoi oppressori, poiché conosco le sue sofferenze. Così sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese dove scorre latte e miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Hittei, gli Amorei, i Perezei, gli Hivvei e i Gebusei. Ed ora, ecco il grido dei figli d’Israele è giunto fino a me, ed ho pure visto l’oppressione con cui gli Egiziani li opprimono. Or dunque vieni e io ti manderò dal Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figli d’Israele, dall’Egitto».
a. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso: Dio non decise solo allora di dare a Israele la terra di Canaan, ma si trattava dello stesso territorio che aveva promesso ai patriarchi circa 400 anni prima.
b. Ho certamente visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il suo grido: Dio voleva far conoscere a Mosè e a Israele la compassione e la cura che aveva per loro.
i. Fino a quel momento, Mosè non aveva sperimentato altro che la separazione che c’era fra lui e Dio. Mosè non avrebbe mai potuto bruciare senza essere consumato. Non avrebbe mai potuto parlare di mezzo al fuoco. Non avrebbe potuto continuare a indossare i sandali nella presenza divina. Non era il Dio eterno dei patriarchi. Esisteva una separazione reale fra Dio e Mosè, ma presto Dio avrebbe manifestato la Sua cura e la Sua compassione verso Mosè e il popolo d’Israele. Dio è separato, ma non necessariamente distante. Dio è separato, ma si preoccupa e si relaziona con i nostri bisogni.
c. Io ti manderò dal Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo: In Esodo 3:8 Dio dice: Sono sceso per liberarlo. Poi, in Esodo 3:10 afferma: Or dunque vieni e io ti manderò. Se Dio ha detto che sarebbe stato Lui a liberare il Suo popolo, perché ha usato o ha avuto bisogno di Mosè? Questo dimostra che Dio spesso usa e sceglie di affidarsi a strumenti umani.
i. Dio avrebbe potuto farlo senza l’aiuto di nessuno, ma fa spesso parte del Suo piano il voler operare insieme alle persone e attraverso di loro, dato che siamo suoi collaboratori (2 Corinzi 6:1).
2. (11-12) Risposta di Mosè e controrisposta di Dio.
Ma Mosè disse a DIO: «Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire i figli d’Israele dall’Egitto?». DIO disse: «Io sarò con te, e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete DIO su questo monte».
a. Chi sono io: Quarant’anni prima Mosè credeva di sapere chi fosse: un principe d’Egitto e un Ebreo, lo strumento scelto da Dio per liberare Israele. Dopo aver rincorso per quarant’anni le pecore nel deserto, Mosè non aveva più la stessa fiducia in sé stesso che aveva avuto un tempo.
b. Io sarò con te: La risposta di Dio voleva spostare il focus di Mosè da sé stesso a dove avrebbe dovuto essere: su Dio. È per questo motivo che Dio non risponde alla domanda: “Chi sono io?”, ma ricorda a Mosè: “Io sarò con te”.
i. Si presentò una grande opportunità per affrontare il problema della “autostima” di Mosè, ma Dio ignorò le soluzioni che di solito adottiamo per risolvere questo “problema”. Mosè aveva un problema di autostima (in eccesso) solo quando era troppo sicuro della propria capacità di liberare Israele.
ii. Chi sono io: Non era questa la domanda giusta; avrebbe dovuto chiedersi: “Chi è Dio?”. L’identità di Dio era più importante dell’identità di Mosè. Quando conosciamo il Dio che è con noi, possiamo andare avanti con fiducia per fare la Sua volontà.
iii. Io sarò con te: Dopo tale risposta, Mosè non aveva più alcun diritto di avanzare ulteriori proteste. Da qui in avanti, le sue obiezioni passano da una pia mancanza di fiducia in sé stesso a un’empia mancanza di fede.
c. Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete DIO su questo monte: Mentre Mosè si prendeva cura del gregge nel deserto, forse gli sembrava altamente improbabile che avrebbe condotto tre milioni di persone su questo stesso monte – ma ciò sarebbe avvenuto, perché Dio l’aveva promesso.
i. Il segno che, in realtà, Dio aveva dato a Mosè probabilmente non riguardava l’arrivo al Monte Sinai, che avrebbe avuto luogo se non dopo moltissimi mesi. È più probabile che il segno fosse proprio il pruno ardente e l’incontro con Dio in quel luogo.
3. (13-14) Dio rivela a Mosè il proprio nome.
Allora Mosè disse a DIO: «Ecco, quando andrò dai figli d’Israele e dirò loro: “Il DIO dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi mi dicono: “Qual è il suo nome?”, che risponderò loro?». DIO disse a Mosè: «IO SONO COLUI CHE SONO». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’IO SONO mi ha mandato da voi”».
a. Se essi mi dicono: “Qual è il suo nome?”, che risponderò loro: Giustamente, Mosè si rese conto di aver bisogno di credenziali per presentarsi al popolo d’Israele. Prima credeva di averne, dal momento che era il principe d’Egitto. Aver trascorso quarant’anni a occuparsi delle pecore lo liberò dalla convinzione di poter fare affidamento su sé stesso.
i. Quando Dio si rivelava all’uomo al tempo dei patriarchi, spesso rivelava anche uno dei Suoi nomi o dei Suoi titoli.
· Abrahamo, quando incontrò Melchidesech, invocò il Dio Altissimo (Genesi 14:22).
· Più avanti Abrahamo ebbe un incontro con il Dio onnipotente (Genesi 17:1).
· Abrahamo conobbe il Signore come il Dio d’eternità (Genesi 21:33) e Jehovah Jireh, l’Eterno che provvede (Genesi 22:14).
· Hagar incontrò El-Roi, il Dio che vede (Genesi 16:13).
· Giacobbe ebbe un incontro con El-Elohey-Israel (Genesi 33:20) ed El-Bethel (Genesi 35:7).
ii. Perciò, dovendo recarsi dagli anziani d’Israele come rappresentante di Dio, logicamente si sarebbero domandati: “Con quale nome Dio si è rivelato a te?”.
b. DIO disse a Mosè: «IO SONO COLUI CHE SONO»: Potrebbe sembrare insensato fare riferimento a sé stessi con le parole «IO SONO COLUI CHE SONO». Eppure, esse rivelano qualcosa di importante su Dio: Egli non ha eguali.
i. “Solo Dio, e nessun altro, è uguale a sé stesso. Se a sinistra del simbolo di uguaglianza (=) metti Dio, a destra non potrai mettere nient’altro, se non Lui stesso.” (Meyer)
ii. Ci avviciniamo a una definizione equivalente quando diciamo: “Dio è amore” (1 Giovanni 4:8, 4:16). Non si tratta, però, esattamente di un’uguaglianza, perché non è possibile ribaltarla e affermare: “L’amore è Dio”. Dio è amore, ma è anche più grande dell’amore.
iii. Il nome IO SONO COLUI CHE SONO richiama il nome di Yahweh. “Questa breve espressione è un chiaro riferimento al nome di YHWH. Probabilmente ‘Yahweh’ è da considerarsi un’abbreviazione dell’intera frase e un accorpamento della formula in un’unica parola.” (Cole)
iv. Yahweh non era un nome nuovo né sconosciuto; compare, infatti, più di 160 volte nel libro della Genesi. La madre di Mosè si chiamava Jokebed, che significa Yahweh è la mia gloria. Mosè e Israele conoscevano il nome Yahweh. In altre parole, Dio non rivelò a Mosè un nome fino ad allora sconosciuto, ma gli diede il nome che già conoscevano. Dio li stava richiamando alla fede dei patriarchi, non a qualcosa di “nuovo”.
v. Nel passato, per un po’ di tempo, alcune persone usavano la parola Jehovah anziché Yahweh. I Giudei devoti di epoche successive, volendo evitare per riverenza di pronunciare il nome di Dio, tralasciarono le vocali del Suo nome e usavano invece solo la parola Signore (Adonai) Se si inseriscono le vocali della parola Adonai tra le consonanti di YHWH, si ottiene il nome di “Jehovah”. È un processo che avvenne molto più avanti nel tempo; in epoca biblica il nome si pronunciava Yah-weh o Iavè.
c. L’IO SONO mi ha mandato da voi: Dio disse a Mosè il Suo nome, IO SONO, perché Dio semplicemente è; non c’è mai stato un tempo in cui Egli non esisteva, né ce ne sarà uno in cui Egli cesserà di esistere.
i. Nel nome IO SONO è intrinseca l’idea che Dio è completamente indipendente: la Sua vita e la Sua esistenza non dipendono da nulla (Isaia 40:28-29; Giovanni 5:26). I teologi a volte chiamano questa qualità aseità, cioè che Dio non ha bisogno di niente e di nessuno: Egli è il detentore della vita.
ii. Richiama altresì il concetto di un Dio eterno e immutabile. “In senso stretto, nel Vocabolario divino non esistono tempi passati o futuri. Quando Dio sembra utilizzarli, è per adattarsi ai nostri orizzonti limitati.” (Meyer)
iii. Il nome IO SONO esprime anche l’idea che Dio è in “continuo divenire”: Dio diventa ciò che manca nei nostri momenti di necessità. Il nome di Dio, IO SONO, ci invita a riempire quel vuoto causato dal nostro bisogno: quando siamo nelle tenebre, Gesù dice: “Io sono la luce”; quando abbiamo fame, Egli dice: “Io sono il pane della vita”; quando siamo vulnerabili, Egli dice: “Io sono il Buon Pastore”. Dio è colui che diventa ciò di cui abbiamo bisogno.
iv. Così, il nome di Dio serve sia come annuncio che come presentazione. Esso annuncia la presenza di Dio e invita chiunque voglia a conoscerlo per esperienza, a gustare e a vedere quanto l’Eterno è buono.
d. IO SONO: Il nome è anche il titolo divino che Gesù ha usato per sé stesso, per mezzo del quale si è identificato inequivocabilmente con la voce che proveniva dal roveto ardente.
i. Perciò vi ho detto che voi morirete nei vostri peccati, perché se non credete che IO SONO, voi morirete nei vostri peccati. (Giovanni 8:24)
ii. Quindi Gesù disse loro: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che IO SONO e che non faccio nulla da me stesso, ma dico queste cose come il Padre mi ha insegnato». (Giovanni 8:28)
iii. Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: Prima che Abrahamo fosse nato, IO SONO». (Giovanni 8:58)
iv. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada; affinché quando sarà accaduto, voi crediate che IO SONO. (Giovanni 13:19 Nuova Riveduta)
v. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli stava per accadere, uscì e chiese loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù il Nazareno». Gesù disse loro: «IO SONO!». Or Giuda che lo tradiva era anch’egli con loro. Appena egli disse loro: «Io sono», essi indietreggiarono e caddero a terra. (Giovanni 18:4-6)
4. (15-18) Dio istruisce Mosè su cosa dire agli anziani d’Israele.
DIO disse ancora a Mosè: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’Eterno, il DIO dei vostri padri, il DIO di Abrahamo, il DIO d’Isacco e il DIO di Giacobbe mi ha mandato da voi. Questo è il mio nome in perpetuo. Questo sarà sempre il mio nome col quale sarò ricordato per tutte le generazioni”. Va’ e raduna gli anziani d’Israele e di’ loro: “L’Eterno, il DIO dei vostri padri, il DIO di Abrahamo, di Isacco e di Giacobbe mi è apparso, dicendo: Io vi ho certamente visitato e ho visto quello che vi fanno in Egitto; e ho detto: Io vi farò salire dall’oppressione d’Egitto al paese dei Cananei, degli Hittei, degli Amorei, dei Perezei, degli Hivvei e dei Gebusei, in un paese dove scorre latte e miele”. Ed essi ubbidiranno alla tua voce; e tu e gli anziani d’Israele andrete dal re d’Egitto e gli direte: “L’Eterno, il DIO degli Ebrei ci è venuto incontro; ed ora lasciaci andare per il cammino di tre giorni nel deserto, perché possiamo sacrificare all’Eterno, il nostro DIO”».
a. Dirai così ai figli d’Israele: Dopo quattrocento anni di permanenza in Egitto, Mosè ebbe il compito di annunciare che era giunto il momento per i figli di Israele di tornare a Canaan e di conquistare la terra che Dio aveva promesso ai loro padri.
i. Probabilmente gli anziani e il popolo d’Israele desideravano esattamente il contrario. In quattrocento anni si mettono radici. Probabilmente non avevano alcun desiderio di tornare nella Terra Promessa; tutto ciò che volevano era essere messi a proprio agio in Egitto.
ii. La parola doveva essere rivolta prima al popolo di Dio (Esodo 3:16) e poi al mondo (Esodo 3:18). Spesso Dio non parla al mondo se prima non ha parlato al Suo popolo, ottenendone l’attenzione.
b. Questo è il mio nome in perpetuo: Cioè, il nome che Dio ha usato nel versetto precedente, l’Eterno Dio (Yahweh Elohim). “In perpetuo” mette in risalto la fedeltà eterna di Dio al Suo patto.
c. Ed essi ubbidiranno alla tua voce: Che promessa preziosa per Mosè! Quarant’anni prima, quando sembrava che avesse tutte le carte in regola, il popolo d’Israele non lo accettò come liberatore della nazione. Sicuramente si stava domandando perché mai avrebbero dovuto dargli ascolto adesso, quando sembrava che non aveva nulla da offrire.
i. Ma Mosè aveva Dio come garante e il popolo avrebbe dato ascolto al suo messaggio.
d. Dal re d’Egitto e gli direte […] lasciaci andare per il cammino di tre giorni nel deserto: Dio presentò al faraone prima la richiesta più piccola, in modo che questa fosse il più possibile allettante e facile da accettare. In questo modo, il faraone non avrebbe avuto nessuna scusa per rifiutare Dio e indurire il suo cuore.
5. (19-22) Dio rivela a Mosè quale sarà la risposta degli Egiziani.
«Ma io so che il re d’Egitto non vi lascerà andare, se non costretto da una potente mano. Allora io stenderò la mia mano e percuoterò l’Egitto con tutti i prodigi che io farò in mezzo ad esso; dopo di che vi lascerà andare. E concederò a questo popolo favore agli occhi degli Egiziani; e avverrà che, quando ve ne andrete, non ve ne andrete a mani vuote; ma ogni donna chiederà alla sua vicina e alla donna che abita in casa sua oggetti d’argento, oggetti d’oro e vestiti; e voi li metterete addosso ai vostri figli e alle vostre figlie; così spoglierete gli Egiziani».
a. Io so che il re d’Egitto non vi lascerà andare: Dio lo sapeva fin dall’inizio. Sapeva cosa sarebbe servito per smuovere il cuore del faraone; infatti, le piaghe e le calamità che sarebbero arrivate erano state progettate per uno scopo specifico e non erano state pianificate in modo casuale.
i. Mosè chiese a Dio come i suoi fratelli israeliti avrebbero accolto la notizia della liberazione dall’Egitto, ma convincere il popolo d’Israele a sostenere Mosè era solo una piccola parte della lotta da affrontare: e gli Egiziani? Come avrebbero mai accettato di lasciar partire una tale forza lavoro gratuita dal Paese? Senza che Mosè lo chiedesse, Dio rispose a questa domanda.
ii. Io so che il re d’Egitto non vi lascerà andare, se non costretto da una potente mano: È chiaro: dal momento che il faraone non avrebbe permesso agli Israeliti di partire, Dio avrebbe riversato il giudizio sull’Egitto in modo da persuaderlo.
b. Concederò a questo popolo favore […] non ve ne andrete a mani vuote: Dio aveva promesso di predisporre le cose non solo per smuovere il cuore del faraone, ma anche per smuovere il cuore del popolo egiziano, in modo che, quando Israele fosse partito, sarebbe stato sommerso di argento, oro e vestiti. Non si trattava di un furto o di un’estorsione, ma della paga appropriata per gli anni di lavoro forzato.
i. In Deuteronomio 15:12-14, Dio dice che, se si possedeva uno schiavo e il suo tempo di servizio era scaduto, non bisognava lasciarlo andare a mani vuote. Dio non avrebbe permesso agli Israeliti di lasciare la schiavitù in Egitto a mani vuote; al contrario, avrebbero spogliato gli Egiziani.
©1996–presente Il Commentario Biblico Enduring Word di David Guzik
