Esodo 2 – Nascita e Primi Anni di Mosè
A. Nascita e infanzia di Mosè.
1. (1-2) Nasce Mosè, un bellissimo bambino della tribù di Levi.
Or un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio; e, vedendo che era bello, lo tenne nascosto per tre mesi.
a. La donna concepì e partorì un figlio: Il piccolo Mosè venne alla luce in un mondo ostile. Era nato in una nazione potente, ma apparteneva a una razza straniera e oppressa, in un’epoca in cui tutti i bambini come lui erano sottoposti a una sentenza imperiale di morte. Tuttavia, Mosè aveva qualcosa di speciale a suo favore: era figlio di genitori credenti.
i. Mosè non era il primogenito in famiglia, ma aveva almeno un fratello maggiore (Aaronne) e una sorella maggiore (Miriam).
b. Un uomo della casa di Levi andò e prese in moglie una figlia di Levi: Esodo 6:20 ci rivela i nomi dei genitori di Mosè: Amram e Jokebed. Le fantasiose leggende ebraiche raccontano che la nascita di Mosè fu indolore per sua madre, che alla sua nascita il suo volto era così bello che la stanza si riempì di una luce pari a quella del sole e della luna messi insieme, che camminava e parlava già a un giorno di vita e che rifiutò di essere allattato, mangiando cibo solido fin dalla nascita.
c. Lo tenne nascosto per tre mesi: I genitori di Mosè non lo fecero solo per il naturale istinto genitoriale; lo fecero anche per la loro fede in Dio. Ebrei 11:23 descrive la loro fede: Per fede Mosè, quando nacque, fu nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché essi videro che il bambino era bello e non temettero l’ordine del re.
2. (3-6) La figlia del faraone trova Mosè.
Ma, quando non poté più tenerlo nascosto, prese un canestro di giunchi, lo spalmò di bitume e di pece, vi pose dentro il bambino e lo pose nel canneto sulla riva del fiume. La sorella del bambino se ne stava a una certa distanza, per sapere quel che gli sarebbe successo. Or la figlia del Faraone scese per fare il bagno al fiume, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo il fiume. Ella vide il canestro nel canneto e mandò la sua serva a prenderlo. Lo aprì e vide il bambino; ed ecco, il piccolo piangeva; ella ne ebbe compassione e disse: «Questo è un bambino ebreo».
a. Lo pose nel canneto sulla riva del fiume: In senso letterale, la madre di Mosè fece esattamente ciò che il faraone aveva detto di fare: mise il figlio nel fiume (Esodo 1:22). In più, però, si preoccupò di riporlo in una cesta impermeabile affinché galleggiasse.
i. “La parola usata per ‘canestro di giunchi’ nell’originale compare solo qui e in riferimento all’arca di Noè.” (Kaiser) “Altrove, la parola per ‘canestro di giunchi’ viene usata solo per l’arca di Noè.” (Cole)
ii. Ma soprattutto, si trattò di un grande esempio di coraggio nell’affidare il benessere e il futuro del bambino solo a Dio. Quando la madre di Mosè lasciò andare il cesto fatto di giunchi, rinunciò a qualcosa di prezioso, confidando che Dio se ne sarebbe preso cura e che forse, in qualche modo, glielo avrebbe riportato.
b. Il piccolo piangeva; ella ne ebbe compassione: Sotto la guida di Dio, la figlia del faraone trovò il piccolo Mosè. La sua cultura e la sua educazione l’avevano condizionata a rifiutare gli Ebrei, ma il pianto del bambino le sciolse il cuore.
i. Dio aveva pianificato magnificamente la liberazione di Mosè e, di conseguenza, del popolo d’Israele. Guidò abilmente i genitori di Mosè, le correnti del Nilo e il cuore della figlia del faraone per far progredire il Suo piano e il Suo scopo.
3. (7-10) La figlia del faraone si prende cura di Mosè e lo cresce.
Allora la sorella del bambino disse alla figlia del Faraone: «Devo andare a chiamarti una balia tra le donne ebree che allatti questo bambino per te?». La figlia del Faraone le rispose: «Va’». E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. E la figlia del Faraone le disse: «Porta via questo bambino, allattalo per me, e ti darò il tuo salario». Così la donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, ella lo portò alla figlia del Faraone; egli divenne suo figlio ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Perché io l’ho tratto dall’acqua».
a. Porta via questo bambino, allattalo per me, e ti darò il tuo salario: Servendosi sia dell’intelligente iniziativa della famiglia di Mosè che della necessità della figlia del faraone, Dio predispose un modo per far sì che la madre di Mosè lo formasse nei suoi primi anni di vita e che fosse pagata per farlo.
i. Dio premiò la fede della donna, sia quando si fidò di Lui nascondendo Mosè per tre mesi, sia quando si fidò di Lui lasciando il bambino sul fiume.
ii. “Senza dubbio fu in questi primi anni che Mosè imparò a conoscere il ‘Dio dei padri’ (Esodo 3:15) e capì che gli Ebrei erano suoi fratelli (Esodo 2:11).” (Cole)
b. Egli divenne suo figlio: Essendo stato adottato dalla figlia del faraone, Mosè faceva parte della famiglia reale. Negli scritti di Flavio Giuseppe, antico storico ebreo, scopriamo che Mosè era l’erede al trono d’Egitto e che da giovane guidò le armate egiziane in una battaglia vittoriosa contro gli Etiopi.
i. Mosè sicuramente fu istruito nella scienza e nella cultura degli Egiziani. Atti 7:22 dice: Così Mosè fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani, ed era potente in parole ed opere. L’Egitto era uno dei massimi centri accademici e scientifici del mondo antico; possiamo, perciò, supporre che Mosè fosse istruito in geografia, storia, grammatica, scrittura, letteratura, filosofia e musica.
ii. Poiché apparteneva alla famiglia reale, ci aspettiamo che Mosè, girando per il paese, si muovesse su un carro imperiale e che, al suo passaggio, le guardie gridassero: “Inchinatevi!”. Quando navigava sul Nilo, sicuramente viaggiava su una nave magnifica accompagnato dalla musica; conduceva una vita degna di un re. Sappiamo anche, però, che sua madre aveva esercitato una certa influenza su di lui, impartendogli un’educazione ebraica.
iii. Origene, un antico scrittore cristiano, interpretava le Scritture in modo fantasioso e allegorico e ciò che fa con questo racconto di Mosè e della figlia del faraone è un buon esempio del pericolo che si corre quando si allegorizzano eccessivamente le Scritture. Ecco la sua interpretazione:
· Il faraone rappresenta il diavolo.
· I bambini ebrei maschi e femmine rappresentano gli aspetti animali e razionali dell’anima.
· Il diavolo vuole uccidere il carattere razionale dell’uomo, ma mantenere vivo la sua indole animale.
· Le due levatrici sono l’Antico e il Nuovo Testamento.
· Il faraone vuole corrompere le levatrici per distruggere la natura razionale dell’uomo.
· Grazie alla fedeltà delle levatrici, Dio costruisce case di preghiera su tutta la terra.
· La figlia del faraone rappresenta la Chiesa e dà rifugio a Mosè, che rappresenta la Legge.
· Le acque del Nilo rappresentano le acque del battesimo.
· Quando ci avviciniamo alle acque del battesimo e riceviamo la legge nel nostro cuore – i palazzi reali – allora la legge cresce fino alla maturità spirituale.
iv. Clarke dice giustamente di questo tipo di interpretazione: “Ogni testo e fatto potrebbe quindi essere obbligato a dire qualcosa, qualsiasi cosa, tutto o niente, a seconda della fantasia, del credo particolare o del capriccio dell’interprete”.
B. Fuga di Mosè dall’Egitto.
1. (11) Mosè cresce e sviluppa solidarietà nei confronti dei suoi fratelli israeliti.
In quei giorni, quando Mosè si era fatto grande, avvenne che egli uscì a trovare i suoi fratelli e notò i loro duri lavori; e vide un Egiziano che percuoteva un uomo ebreo, uno dei suoi fratelli.
a. Quando Mosè si era fatto grande: Atti 7:23 ci dice che, a questo punto, Mosè aveva quarant’anni. Fino a quel momento, era stato addestrato e preparato per diventare il prossimo faraone d’Egitto (secondo Flavio Giuseppe), pur essendo a conoscenza delle sue vere origini grazie alla madre.
i. Notò i loro duri lavori: “L’espressione non significa solo ‘notare’, ma ‘vedere con emozione’, con soddisfazione (Genesi 9:16) o, come in questo caso, con angoscia (Genesi 21:16). Mosè condivideva il cuore di Dio.” (Cole)
ii. Ebrei 11:24-26 ci rivela un po’ di quello che avvenne nel cuore e nella mente di Mosè quando notò i loro duri lavori. Dice che per fede Mosè decise volontariamente di identificarsi con il popolo d’Israele invece che con il prestigio e le opportunità che l’Egitto gli offriva:
Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del Faraone, scegliendo piuttosto di essere maltrattato col popolo di Dio che di godere per breve tempo i piaceri del peccato, stimando il vituperio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori di Egitto, perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa. (Ebrei 11:24-26)
iii. Mosè sapeva chi era. Per quanto la vita da egiziano fosse allettante e facile, sapeva che questa non gli apparteneva. La sua fede nel Dio che serviva lo aiutò a scoprire la sua vera identità.
b. Vide un Egiziano che percuoteva un uomo ebreo, uno dei suoi fratelli: Per il grande senso di solidarietà e fratellanza (suoi fratelli) che Mosè nutriva nei confronti del suo popolo, non riusciva a sopportare che qualcuno percuotesse uno dei suoi fratelli israeliti.
2. (12) Mosè uccide un egiziano.
Egli guardò di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose poi nella sabbia.
a. Egli guardò di qua e di là: Così si comporta un uomo che sa che sta per compiere un’azione sbagliata. Mosè aveva molte ragioni per un tale gesto, ma la sua preoccupazione di nascondere l’accaduto rivelava una coscienza tormentata.
b. Uccise l’Egiziano: La Bibbia stessa ci mostra alcune delle motivazioni per cui Mosè agì in quel modo. Atti 7:23-25 spiega che Mosè uccise l’egiziano per difendere e vendicare l’israelita vittima di maltrattamenti, ma anche con l’aspettativa che i suoi fratelli israeliti lo avrebbero riconosciuto come loro liberatore.
i. Ma, quando giunse all’età di quarant’anni, gli venne in cuore di andare a visitare i suoi fratelli: i figli d’Israele. E, vedendone uno che subiva un torto, lo difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. Or egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio stava per dar loro liberazione per mezzo suo, ma essi non compresero. (Atti 7:23-25)
ii. Proprio come Gesù, Mosè non avrebbe potuto essere il liberatore rimanendo nella gloria dei suoi palazzi. Doveva scendere dal trono, abbandonare il palazzo e umiliarsi prima di poter liberare il suo popolo.
3. (13-14) Mosè viene rigettato dal suo stesso popolo.
Il giorno seguente uscì e vide due uomini ebrei che litigavano; egli disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo compagno?». Ma quegli rispose: «Chi ti ha costituito principe e giudice su di noi? Vuoi uccidermi come hai ucciso l’Egiziano?». Allora Mosè ebbe paura, e disse: «Certamente la cosa è risaputa».
a. Perché percuoti il tuo compagno: Mosè si sentiva giustificato nel credere che la sua istruzione, il suo status regale, il suo successo e la grande solidarietà che nutriva per il popolo d’Israele fossero sufficienti a dargli credibilità, tanto che, in questa occasione, cercò di intervenire in una violenta lite tra due uomini ebrei.
i. Potremmo dire che Mosè fu prima un assassino, poi un ficcanaso.
b. Chi ti ha costituito principe e giudice su di noi: Sembra che Mosè, in questa circostanza, si fosse comportato come un principe, data la sua provenienza regale. Si comportò anche come un giudice, in quanto stabilì che uno dei due uomini aveva torto. Appariva come il principe e il giudice perfetto per Israele, ma essi non lo volevano.
i. Un principe ha il diritto di regnare e si aspetta la lealtà dei suoi sudditi. Un giudice ha il diritto di ordinare il da farsi e di punire in caso di disubbidienza. Il loro rifiuto fu come per dire: “Non vogliamo che regni su di noi e ci dici cosa fare”. Gesù viene respinto con lo stesso pensiero e, proprio come Mosè, fu rigettato alla Sua prima venuta.
ii. Sia Mosè che Gesù:
· Furono favoriti da Dio fin dalla nascita.
· Furono preservati miracolosamente durante l’infanzia.
· Erano potenti in parole e in opere.
· Offrirono la liberazione a Israele.
· Furono rifiutati con disprezzo.
· Furono respinti nel loro diritto di essere principi e giudici di Israele.
iii. Proprio come Gesù dopo di lui, Mosè non avrebbe potuto liberare il suo popolo rimanendo nella gloria dei suoi palazzi. Doveva scendere dal trono, abbandonare il palazzo e umiliarsi prima di poter liberare il suo popolo.
iv. Mosè aveva pianificato la liberazione di Israele come avrebbe fatto qualsiasi uomo, e logicamente vedeva sé stesso come l’uomo chiave, grazie al suo background regale, alla sua istruzione, al suo successo e alla solidarietà che nutriva per il suo popolo.
v. Mosè aveva i suoi piani, che avevano senso dal suo punto di vista. Ma il piano di Dio era radicalmente diverso. Quarant’anni dopo, Dio condusse Mosè e suo fratello Aaronne dal faraone con un bastone speciale che si trasformava in serpente. Mosè chiese al faraone di lasciare che Israele tornasse a Canaan; il faraone rifiutò, perciò Dio mandò piaghe di sangue, rane, zanzare, mosche, malattie del bestiame, ulcere, grandine, cavallette e tenebre. Alla fine, Dio giudicò il faraone e gli Egiziani per la loro ostinazione colpendo tutti i primogeniti d’Egitto, permettendo a Israele di fuggire attraverso il Mar Rosso. Dopo che le acque del Mar Rosso tornarono indietro e uccisero l’esercito egiziano, gli israeliti attraversarono il deserto e giunsero a Canaan. Un piano così improbabile non avrebbe mai potuto essere concepito dall’uomo.
4. (15-19) Mosè si rifugia a Madian.
Quando il Faraone sentì parlare dell’accaduto, cercò di uccidere Mosè; ma Mosè fuggì dalla presenza del Faraone e si stabilì nel paese di Madian; e si pose a sedere presso un pozzo. Or il sacerdote di Madian aveva sette figlie; ed esse vennero ad attingere acqua e a riempire gli abbeveratoi per abbeverare il gregge del padre. Ma sopraggiunsero dei pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò e venne in loro aiuto e abbeverò il loro gregge. Quando giunsero da Reuel loro padre, questi disse: «Come mai siete tornate così presto oggi?». Esse risposero: «Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori; inoltre ha attinto l’acqua per noi ed ha abbeverato il gregge».
a. Mosè fuggì dalla presenza del Faraone: Mosè, in fuga per mettersi in salvo, probabilmente pensava che il piano di Dio per la sua vita fosse andato completamente in fumo. Forse credeva di aver perso ogni possibilità di liberare il suo popolo e di non poter fare più nulla. Mosè si trovava proprio dove Dio lo voleva.
i. Mosè probabilmente non se ne rendeva conto in quel momento, ma era troppo pieno di sé per essere usato da Dio. Cercò di fare l’opera del Signore affidandosi alla saggezza e al potere dell’uomo, ma non funzionò. Dopo quarant’anni di preparazione apparentemente perfetta, Dio fece attraversare a Mosè e al popolo d’Israele un ulteriore periodo di preparazione affinché fossero pronti per ricevere Mosè.
b. Si stabilì nel paese di Madian: Se Mosè fosse andato nella zona di Canaan e della Siria, non avrebbe trovato rifugio: tra Ramses II e il re ittita vigeva un trattato in base al quale i fuggitivi lungo la rotta settentrionale verso la Siria dovevano essere arrestati ed estradati. Mosè si diresse quindi verso sud-est, a Madian.
i. A quel tempo Madian descriveva l’area a ovest e a est del Mar Rosso, terra che oggi è sia l’Arabia Saudita (a est del Mar Rosso) sia l’Egitto (nella penisola del Sinai, a ovest del Mar Rosso).
c. Il sacerdote di Madian aveva sette figlie: Giunto infine a Madian, Mosè incontrò le figlie di un sacerdote di Madian, probabilmente un discendente di uno degli altri figli di Abrahamo attraverso Keturah, chiamato Madian (Genesi 25:1-2).
i. In virtù di questo legame con Abrahamo, abbiamo buone ragioni per credere che egli fosse un vero sacerdote e che adorasse il vero Dio. Dio aveva condotto Mosè a quella specifica famiglia in quello specifico momento.
ii. Trapp commenta su “vennero ad attingere acqua e a riempire gli abbeveratoi per abbeverare il gregge del padre”: “Non erano allevate in modo così delicato come le nostre gentili dame di oggi, ma si guadagnavano il loro pane”.
d. Mosè si levò e venne in loro aiuto e abbeverò il loro gregge: In Egitto, Mosè faceva parte della famiglia reale e veniva servito di tutto punto. Nel lontano deserto di Madian, ebbe finalmente l’opportunità di essere un servo e di svolgere un buon lavoro, contribuendo ad abbeverare le greggi delle figlie di Reuel.
i. “Poiché Mosè indossava ancora i suoi vecchi abiti, si accorsero subito delle sue origini egiziane.” (Kaiser)
5. (20-22) Mosè viene accolto nella famiglia del sacerdote di Madian.
Egli allora disse alle sue figlie: «E dov’è? Perché avete lasciato quest’uomo? Chiamatelo, perché venga a mangiare». E Mosè acconsentì a stare da quell’uomo; ed egli diede a Mosè Sefora, sua figlia. Poi ella partorì un figlio che egli chiamò Ghershom, perché disse: «Io sono ospite in terra straniera».
a. Mosè acconsentì a stare da quell’uomo: Prendendo moglie e avendo un figlio, Mosè sembrava rinunciare all’Egitto e alla sua speranza di essere il liberatore di Israele. Si accontentò del luogo in cui Dio lo aveva messo, sebbene Madian fosse molto diversa dall’Egitto.
ii. Sefora: “Potremmo tradurre il nome con ‘uccello canoro’ o, meno gentilmente, con ‘cinguettatore’; si tratta del nome di un piccolo uccello.” (Cole)
b. Un figlio che egli chiamò Ghershom: Il nome, che significa “straniero”, era la prova di una certa solitudine, di una vita separata dagli Egiziani e dagli Ebrei.
i. Commettiamo un errore quando pensiamo che per Mosè gli anni a Madian furono un periodo di “attesa”. Furono invece anni di lavoro; non aveva mai lavorato così duramente in vita sua! Dio lo stava addestrando, plasmando per la sua futura vocazione, ma Mosè non era certo “a riposo”.
ii. In Egitto Mosè imparò a essere qualcuno, a Madian imparò a essere nessuno. “In Egitto aveva imparato tanto, ma a Madian ancora di più.” (Trapp)
6. (23-25) Dio si ricorda di Israele e rivolge la Sua attenzione verso di loro.
Or avvenne che dopo molto tempo il re d’Egitto morì, e i figli d’Israele gemevano a motivo della schiavitù; essi gridarono, e il loro grido a motivo della schiavitù salì fino a DIO. Così DIO udì il loro gemito, e DIO si ricordò del suo patto con Abrahamo, con Isacco e con Giacobbe. E DIO guardò sui figli d’Israele, e DIO si prese cura di loro.
a. Così DIO udì il loro gemito, e DIO si ricordò: Anche se Mosè si era “dimenticato” di Israele in Egitto (nel senso che aveva distolto la sua attenzione da loro), Dio non se n’era dimenticato. Dio si ricordò (anche qui, nel senso che rivolse attivamente la propria attenzione verso di loro) di Israele e della loro afflizione.
i. Quando i figli d’Israele gemevano a motivo della schiavitù, si poteva dire che “la miseria aveva finalmente trovato sfogo.” (Kaiser)
b. DIO si ricordò del suo patto con Abrahamo, con Isacco e con Giacobbe: Dio non rivolse la propria attenzione a Israele perché erano brave persone, ma a causa del patto che aveva stretto con loro. Egli ci rivolge il Suo amore e le Sue attenzioni allo stesso modo: per l’alleanza che abbiamo con Dio attraverso Gesù.
©1996–presente Il Commentario Biblico Enduring Word di David Guzik
